La Storia

Il villaggio dell'eta'del Bronzo medio di Portella

Scritto da Cecyf176 Il .

Il villaggio preistorico di Portella fu scoperto nel 1954 a causa dei lavori per la costruzione della strada provinciale Santa Marina- Malfa. Il villaggio risale all’eta’ del Bronzo Medio ( XV-XIII sec. A.C.) quando nelle isole Eolie è diffusa la cultura del Milazzese, di origine siciliana perchè strettamente imparentata con la cultura di Thapsos.

Quasi tutte le isole sono abitate da queste genti di origine siciliana, che costruiscono i loro villaggi in posizione di particolare difesa.

La Portella è una cresta lunga m 240, formata da due valloni laterali dovuti alla forte erosione che ha reso le pareti della cresta ripide ed inaccessibili.

Il ripido pendio della cresta va da una quota max di circa m 300 s.l.m. a circa m 20 s.l.m. L’eccezionalità di questa scoperta è nell’ottimo stato di conservazione delle strutture preistoriche. Sono state portate alla luce 25 “capanne” ovvero ambienti a pianta ovale o circolare di circa 3-4 metri di diametro, scavati interamente nella roccia vulcanica ( lapillo) e foderati a perimetro del taglio da un muro a secco costituito con grandi pietre di su mare e vulcaniche.

In alcuni casi non vi era il muro di rivestimento oppure il muro ricopriva solo una parte del perimetro. I materiali impiegati per la costruzione dei muri di rivestimento venivano raccolti sulla costa ( pietre di mare), sulla cresta ( rocce vulcaniche) e a Malfa ( lastre piatte).

Le capanne si distribuiscono su stretti terrazzi, oppure si dispongono su due altezze. L’ambiente naturale doveva essere alquanto disagevole a causa della forte pendenza della cresta vulcanica e della ristrettezza dell’area scelta per costruire il villaggio.

Queste “ capanne” dovevano risultare visibili solo nelle loro parti superiori ( tetto) perche’ il resto dell’elevato era interrato; il lato con l’ingresso era quasi sempre rivolto a nord.

Gli arredi sono ripostigli costituti con lastre in pietra poste in verticale a deliniare uno spazio, le mensole di cui rimangono le pietre sporgenti dal muro, i focolari fatti con lastre e grandi frammenti di vasi, ed inoltre ogni ambiente aveva una o più di queste lastre litiche utilizzate come piani di lavoro. I vari oggetti sono rappresentati dal vasellame in impasto modellato a mano e dagli strumenti in pietra, impiegati nelle attivita’ di lavoro come pure le fuseruole del fuso per filare la lana.

L’organizzazione dello spazio interno delle capanne era condizionato dalla presenza di un grande contenitore (pithos)  insieme agli altri vasi e oggetti vari, restringeva l’ambiente lasciando poco spazio per i suoi abitanti, anche presupponendo che una parte del vasellame poteva essere appeso.

Mettendo in relazione la topografia del viallaggio con la distruzione degli oggetti rivenuti all’interno delle capanne, si è potuto riconoscere che ognuno di loro era adibita a diversi usi, come ad esempio un magazzino, o uno spazio comune come il focolare oppure ricovero notturno di persone e che quindi i gruppi famigliari usurfruivano di più “capanne”.

Particolare e sicuramente legata alla condizione di isola priva di fonti idriche, è la presenza dei pithoi, impiegati con molte probabilità per la conservazione dell’acqua. La loro capienza è stata calcolata di 500 litri e considerando che ne sono stati rinvenuti circa n.25 di cui molti interi, si puo’ ipotizzare che nel villaggio di Portella vi era una cospicua riserva idrica.

Gli scavi archeologici hanno evidenziato come sul versante Sud erano state scavate dagli abitanti del villaggio, vasche, canali e canalette connesse fra di loro in un sistema che molto probabilmente veniva utilizzato per il drenaggio e la raccolta dell’acqua piovana che scorrendo nelle varie vasche si ripuliva del pietrisco che portava con se. Questo villaggio, come tutti quelli coevi nelle isole Eolie non sono stati piu’ abitati in periodi storici successivi.

Unica eccezione, l’Acropoli di Lipari dove si stanziarono genti di origine peninsulare: gli ausoni. E’ proprio all’arrivo degli Ausoni che si collega la fine dei villaggi dell’età del Milazzese. Il loro veloce abbandono fu accompagnato da incendi, testimonianze di una “distruzione”, di cui sono rimaste le tracce in alcune delle capanne, leggibili in uno spesso strato di terreno bruciato ricco di carboni che ricopre il pavimento interno ed ingloba tutte le suppellettili abbandonate.

La necropoli di localita' Mastrognoli

Scritto da Cecyf176 Il .

La necropoli di localita’ Mastrgnoli è ubicata tra la ricca vegetazione delle pendici orientali del Monte Fossa delle Felci, lungo uno degli antichi sentieri che si inoltra nei fianchi della montagna e che rappresenta uno dei percorsi naturalistici piu’ belli dell’isola di Salina. L’area archeologica si estende al di sopra di un banco di tufo colorato grigio chiaro. L’indagine archeologica ha portato alla luce 16 tombe, del tipo a fossa rettangolare, scavate nel tufo tenero con diverso orientamento, seguendo il pendio naturale della roccia. Le fosse avevano di media una dimensione di cm 60 di larghezza, cm 30 di altezza e cm 200 di lunghezza; potevano essere chiuse da lastre di pietra o terracotta, come documentano alcune sepolture, poste al centro del pianoro ( es. tomba 8) che presentano i bordi sagomati per l’appoggio della copertura. Una delle tombe meglio conservate è la tomba 3, posta all’estremita’ est dello scavo, ha restituito resti dello scheletro. Molte fosse presentano sulla parete interna una patina grigiastra o beige, molto probabilmente di natura organica. Una parte delle sepolture risulta danneggiata sia dalla naturale erosione del banco tufaceo sia dai tagli operati sulla roccia a causa dei successivi rimaneggiamenti dell’area, verosimilmente per scopi agricoli. Molte fosse, infatti, sono state intaccate dallo scavo di numerose canalette, buche, pozzetti, e da piccole vasche, lavori destinati alla raccolta dell’acqua piovana che dalla superficie del banco veniva cosi convogliata verso una grande cisterna circolare, scavata sul lato orientale. Nell’area delle tombe soprattutto all’interno della cisterna, sono stati rivenuti frammenti di anfore e vasellame da mensa e da cucina databili ad un ampio arco cronologico che va dall’eta’ greco-ellenistica, IV-III secolo a.C. al periodo tardo romano, V secolo d.C., segno della lunga frequentazione del sito e del diverso utilizzo gia’ nei tempi antichi del banco tufaceo. Data la mancanza di corredi tombali in situ è difficile fornire una datazione precisa della necropoli di Mastrognoli ma la presenza dei materiali piu’ antichi attribuibili al IV-III secolo a.C. non escluderebbe l’attribuzione delle sepolture gia’ all’eta’ greco-ellenistica. Successivamente in eta’ romana e tardoromana, l’area della necropoli venne riutilizzata ed adattata per la raccolta delle acqua piovane che convogliate attraverso canalette, sfruttando la naturale pendenza della roccia, confluivano attraverso le stesse originali fosse tombali, nella cisterna e rifornivano le coltivazioni dei campi.

Le terme romane e la fabbrica di salagione del pesce in contrada Barone

Scritto da Cecyf176 Il .

La campagna di scavo svolta nell’anno 2001, ha individuato una porzione del complesso termale di eta’ romana in uso durante i primi secoli dell’età imperiale e riutilizzato in età tarda romana, almeno fino agli inizi del IV sec. d. C. , come stabilimento per lavorazione e salagione del pesce. Lo scavo di un ambiente in ottimo stato di conservazione ( ambiente D) ha costituito il punto d’avvio dell’indagine archeologica. Un deposito alluvionale di sabbia e pietrisco vulcanici derivati da Monte Fossa delle Felci ricopriva il livello di abbandono dell’ambiente sopra lo strato di crollo delle strutture murarie. Sotto il livello di abbandono, a partire dal basso, sono state documentate tre fasi - FASE I ( II sec. A.C.- II sec. D.C.) in relazione con l’impianto delle terme. - FASE II ( III sec. d.C. – V sec. d.C.) rialzo del livello pavimentale originario con uno strato di riempimento ricco di materiali ceramici. Tale livello è in relazione con l’impianto di salagione del pesce. - FASE III ( V- prima metà del VI d.C.) interventi di modifica e ristrutturazione dei muri di II fase con tecniche grossolane e reimpiego materiali. L’intero complesso risulta danneggiato dall’erosione provocata dagli agenti atmosferici e dalle frequenti mareggiate favorite nel tempo dalla progressiva riduzione della spiaggia. Dall’edificio termale sono visibili il lungo muro frontale con brevi tratti dei muri degli ambienti. Essi sono costituiti con ciottoli e malta e sono rivestiti da intonaco anche dipinto che si è conservato solo in alcuni punti. Sul lato meridionale si conserva una parte della struttura del caldarium ( sala calda), e dal tepidarium ( sala tiepida) con l’ipocausto, costituito dai pilastrini litici resistenti al calore e mattoni di terracotta, dove circolava l’aria calda destinata a riscaldare l’acqua nella vasca soprastante. Nell’area centrale è una vasca di dimensioni maggiori, a cui accedeva ai bagni in acqua tiepida o fredda ( frigidarium).Immediatamente a sud del caldarium doveva trovarsi il praefurnium. In età tarda romana l’edificio viene riutilizzati in tutte le sue componenti. La costruzione di nuovi muri apporta modifiche nella planimetria generale, mentre nel terrazzo superiore gli ambienti vengono colmati con terra e pietrame per rialzare il livello pavimento con lastre di terracotta e tegole. Per la lavorazione del pesce salato vengono costruite numerose vasche di forme e dimensioni varie e riutilizzate alcune delle vasche dell’impianto termale). A questa fase appartiene il pozzo addossato al muro frontale delle terme, visibile nella parte centrale dello scavo. Si può ipotizzare che l’industria del pesce salato di contrada Barone fosse in relazione con l’impianto delle saline ritrovato nel laghetto della frazione di Lingua, anch’esso già’ in uso in età romana.

Un cuore tra due emisferi, le Eolie e l'Australia

Scritto da Cecyf176 Il .

emigrazione-1 Forti delle proprie radici umane e cristiane, non hanno dimenticato abitudini, consuetudini e tradizioni religiose portate dalle isole natie e trasmesse alle nuove generazioni. di Antonio Brundu

 Dalle Eolie partirono in tanti alla volta delle Americhe e dell’Australia, fin dalla seconda metà dell’Ottocento. Questo fenomeno migratorio assunse toni più marcati all’inizio del Novecento, e negli anni Cinquanta, subito dopo la Seconda Guerra mondiale. Intere famiglie lasciarono le loro case e le loro isole per trasferirsi, in particolare, nell’emisfero australe. Migliaia di persone, a bordo delle navi, si recarono in Australia e in Nuova Zelanda, dove vivono tutt’oggi più di 30 mila eoliani, compresi figli e nipoti di prima, seconda e terza generazione. Agli antipodi si sono ben integrati nel tessuto sociale australiano, e si sono inseriti in tanti settori della vita pubblica e privata. Diversi isolani hanno ricoperto e ricoprono incarichi di prestigio a livello politico, culturale, religioso, sociale, economico e imprenditoriale: pesca, agricoltura, edilizia, commercio. In tutti questi anni – fatta eccezione per i rapporti epistolari – si erano persi quasi del tutto i contatti tra gli abitanti dell’arcipelago e gli eoliani d’Australia, la cui terra era lontanissima e difficile da raggiungere.

Il ponte migratorio fra le Eolie e l'Australia

Scritto da Cecyf176 Il .

Emigrazione-2Il ponte migratorio fra le Eolie e l’Australia - di Antonio Brundu

Sin dalla seconda metà dell'Ottocento, gli eoliani partirono in tanti. Oggi più di trentamila emigrati dall'arcipelago vivono agli antipodi. Una volta occorrevano trenta giorni di navigazione, la distanza è stata ridotta dai voli intercontinentali che impiegano un giorno. Da vent'anni un intenso contatto con le comunità stabilitesi nell'emisfero australe ha rafforzato i rapporti con le terre d'origine. Dalle Eolie partirono in tanti verso le Americhe e l'Australia sin dalla seconda metà dell'Ottocento. Il fenomeno migratorio assunse toni più consistenti all'inizio del 1900 e negli anni '50, subito dopo la seconda guerra mondiale. Intere famiglie lasciarono la loro case e le loro isole, specialmente verso l'emisfero australe. Migliaia di persone, a bordo delle navi, si recarono in Australia e Nuova Zelanda, dove vivono, oggi, più di trentamila eoliani (compresi figli e nipoti di prima, seconda e terza generazione). Si sono bene integrati nel tessuto sociale australiano e si sono inseriti in tanti settori della vita pubblica e privata. Diversi isolani hanno ricoperto e ricoprono tutt'ora incarichi di prestigio a livello politico, culturale, religioso, sociale, economico ed imprenditoriale (pesca, agricoltura, edilizia e commercio). In tutti questi anni, ad eccezione dei rapporti epistolari con lettere inviate tramite la posta, si erano persi quasi del tutto i contatti tra gli abitanti dell'arcipelago e gli eoliani d'Australia, la cui terra era lontanissima e difficile da raggiungere.

Dai francesi a oggi

Scritto da Daniele Fiordalisi Il .

scalo-galeraNel corso del XVI e del XVII secolo, le isole minori dell’arcipelago rimasero disabitate, spesso utilizzate dai pirati saraceni come basi di partenza per le loro scorrerie, solo a partire dal XVIII secolo il nucleo abitativo di Lipari torno’ad espandersi e le altre isole ad essere abitate stabilmente. L’agricoltura fiorente e le attivita’marinare  legate al trasporto delle merci ( di particolare importanza la flotta mercantile di stanza a Stromboli) diedero ricchezza e benessere